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Festa d’Autunno – le domeniche nella natura –

Domenica 29 Settembre 2013 dalle 10:00 all’Hortus Urbis, l’orto antico romano presso il Parco Regionale dell’Appia Antica, hanno avuto inizio le nuove attività all’aria aperta che si svolgeranno tutte le domeniche con laboratori, mostre e tanto altro per bambini. È un progetto di Zappata Romana e del Parco realizzato con l’adesione e il contributo di Orti Urbani Garbatella, Eutorto e i giardini condivisi della città, associazioni e guerrilla gardeners romani, che ha visto l’attivazione di un’area inutilizzata, destinandola ad orto antico romano e a spazio pubblico, dove poter avvicinarsi alla natura, attraverso numerosi eventi che coinvolgono tutta la famiglia, e viverla partendo dalla semina e vedendo crescere settimana dopo settimana e mese dopo mese il frutto delle coltivazioni.

Sara Paribelli, Elisa Provenzano

 

Per info:

Hortus Urbis

Atmosfere d’Autunno

Qualcuno lo definisce una “mezza stagione”, ma l’autunno è una stagione climatica ben definita, con le sue peculiari caratteristiche, come al solito, sottovalutate.

Annunciato dalla stupenda fioritura del ciclamino napoletano, è noto per i suoi colori: il rosso è il tema principale, ma le sfumature sono infinite, dal giallo all’arancio, per non tralasciare il verde o l’argento di piante che non lasciano andar via la loro chioma.

Sembra paradossale che un colore tanto acceso come il rosso sia in realtà legato ad una minore irradiazione solare: poiché, infatti, diminuisce la durata del giorno e si abbassano le temperature, le piante hanno meno energia per produrre clorofilla, responsabile del colore verde, mentre aumenta la concentrazione di carotenoidi e flavonoidi, pigmenti responsabili dei colori rosso, giallo, arancio, rosa e così via. Tutto porterebbe a pensare che, di questi tempi, le piante si preparino al riposo invernale ma, in realtà, la natura si ferma ben poco.

Invito tutti a passeggiare nei boschi: vi accoglieranno nel sottobosco, i fiori rosa del ciclamino napoletano, il cui nome,Cyclamen, fa riferimento alla spirale che il picciolo assume quando ormai il frutto è maturo e, così facendo, dall’alto in cui si faceva bello il fiore, si ritorna alle origini, alla terra, dove verrà delicatamente appoggiata la capsula. Sempre rosa saranno le stupende malve che, in pieno sole, colorano i prati. Dai rami delle querce, dei carpini, degli olmi e degli aceri, pende lo stracciabraghe: tanto pungenti le sue foglie, famose proprio perché strappano i vestiti, tanto rosse le sue bacche, di cui sono avidi i pettirossi. I cinorrodi rossi, grandi e piccoli delle rose selvatiche, le bacche commestibili del biancospino e del corniolo, il pungitopo, l’evonimo, i funghi, il castagno e le castagne con tanto di ricci, qualche erica e ginestra superstiti: ovunque si guardi c’è vita.

Il giallo dei topinambur colora le tristi bordature stradali. Il melograno, frutto ormai dimenticato, apre il suo scrigno di semi rosa-rossi regalandoli ai più pazienti tra i golosi; il corbezzolo invece non perde tempo, foglie, fiori e frutti insieme, verdi le prime, bianchi i secondi e rossi gli ultimi: un italiano doc!  Il cachi dagli occhi a mandorla, date le sue origini giapponesi e cinesi, dal verde smeraldo delle sue foglie vira improvvisamente al rosso nascondendo inizialmente i suoi frutti meravigliosi. Esso è considerato l’albero delle sette virtù: personalmente me ne basta una, la dolcezza. Non bisogna inoltre dimenticare le bacche nere di mirto e ligustro, passando dai mari ai monti.

Anche i campi arati acquistano una bellezza particolare: rossi, bruni, neri, come onde del mare sulle colline o distesi come deserti, solitari come quel singolo albero, risparmiato dall’uomo che, a volte, spicca al centro, o popolati da bianche pecorelle.

Ma questa tela colorata non resta muta: un dolce sottofondo musicale è legato al ritorno di varie specie di uccelli, tornati per trascorrere al riparo l’inverno; pettirossi, cince, codirossi spazzacamino e tanti altri, non solo fanno pendant con alberi e arbusti, ma cantano melodiose sinfonie, interrotte solo dal sordo suono delle ghiande che cadono alla portata dei cinghiali o da qualche nube impetuosa che, prima, scarica con forza tutta l’acqua, poi, chiede perdono con un timido arcobaleno.

Fiori, frutti, semi, canti, colori: tutto sembra, ancora una volta, un richiamo alla vita, al suo eterno ritorno!

L’Autunno dunque, per rubare le parole ad Ungaretti “ è una quiete accesa”.

Ippolita Sanso

Dalla parte delle foreste

Nel corso dell’ultimo secolo è scomparsa la metà delle foreste tropicali e i tanto amati mobili in tek hanno sicuramente contribuito  alla distruzione di foreste dall’altra parte del nostro prezioso mondo.

Un albero rappresenta di sicuro un’importante risorsa. Risorsa rinnovabile se venisse sfruttata ad un ritmo inferiore a quello della sua riproduzione, risorsa che potrebbe rinnovarsi per un tempo indefinito. Un albero costituisce un elemento fondamentale dell’ecosistema, offrendo habitat a numerosi animali, fornendo preziose proteine, essendo la nostra principale fonte di legna da ardere, di materia prima per produrre carta, di legname da costruzione, per la fabbricazione di mobili…e mentre per gli abitanti del Primo Mondo, le foreste sono luoghi di svago, per chi vive nel Terzo Mondo (la fetta più cospicua dell’umanità) sono fonte di cibo e di materiale per la costruzione di strumenti indispensabili nella vita quotidiana.

Un albero è un filtro naturale dell’aria, quell’aria spesso inquinata dalle nostre stesse mani; con le radici protegge la superficie terrestre dal dissesto idroambientale,  evitando frane e tutte le conseguenze catastrofiche quando queste si verificano vicino le nostre case.

Le foreste pluviali tropicali sono la fonte di tutti i nutrimenti di un ecosistema, perciò il taglio degli alberi lascerà un terreno sterile. Le foreste tropicali occupano solo il 6 per cento della superficie terrestre, ma ospitano tra il 50 e l’80 per cento di tutte le specie vegetali e animali dell’intero pianeta Terra.  Di conseguenza, quando si tagliano gli alberi, inevitabilmente si compie un danno ambientale.

Per fortuna sono state studiate delle strategie per ridurre l’impatto ambientale negativo dello sfruttamento dei boschi, tecniche che consistono nel tagliare selettivamente gli esemplari delle specie pregiate, nell’abbattere secondo un ritmo sostenibile rispetto al tempo di ricrescita, nel ripiantare gli alberi uno ad uno, tanto per citare alcuni esempi.

Jared Diamond in “Collasso” racconta il caso dello sfruttamento del legname in Asia sudorientale e nelle isole del Pacifico. L’industria del legno è prevalentemente nelle mani di multinazionali che hanno sede soprattutto in Malesia, a Taiwan e nella Corea del Sud. Il diritto di taglio delle foreste viene comprato dai governi senza considerare che queste in realtà appartengono alla gente del  luogo, senza ripiantare gli alberi abbattuti e in ultimo, poiché il tronco grezzo verrà successivamente esportato e lavorato in altri paesi, acquistando così maggior pregio, le aziende privano le stesse comunità locali ed  il governo nazionale di gran parte del valore potenziale della loro risorsa.

Spesso le multinazionali acquistano i contratti con tangenti ai funzionari governativi e tagliano un maggior numero di alberi rispetto al previsto, costruendo strade che danneggiano ulteriormente gli ecosistemi, o spesso accade che tutto avvenga illegalmente: viene caricato tutto il legname possibile su navi cargo, dopo la stipula di veloci accordi, senza permessi governativi, tanto che è stato stimato un buon 70 per cento di legname commercializzato illegalmente in Indonesia che costa al governo, ogni anno, un miliardo di dollari in imposte, diritti di sfruttamento e affitti non pagati. Anche il consenso degli abitanti viene comprato facilmente con somme di denaro che sembrano enormi agli occhi di chi sopravvive quotidianamente, o con false promesse di futuri ospedali o di nuovi impianti boschivi.

I tronchi di legno tropicale sono talmente pregiati  e ricercati che il loro taglio selvaggio è redditizio a costo anche della vita di uomini innocenti.

In altri paesi come l’Europa occidentale o gli Stati Uniti il taglio selvaggio è divenuto invece meno conveniente; in questi luoghi non ci sono le foreste primarie o comunque stanno diminuendo rapidamente. Molti consumatori sensibili alla tematica acquistano prodotti ottenuti da foreste gestite secondo metodi sostenibili per l’ambiente; le stesse leggi sono più ferree e vi è una minore corruzione dei funzionari governativi.

La crescente sensibilità dei consumatori è andata di pari passo con l’aumentare della preoccupazione delle aziende del settore che, a partire dagli anni Novanta, hanno aperto un tavolo di confronto con le associazioni ambientaliste  e le comunità locali. Nacque così nel 1993 un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro detta Forest Stewardship Council (FSC), con sede in Germania, finanziata dalle stesse aziende del legname, governi, fondazioni e gruppi ambientalisti. Il FSC è gestito da un comitato elettivo e infine, dai membri dell’organizzazione stessa, tramite dei rappresentanti.

Gli scopi principali sono di tre tipi: stabilire dei criteri per definire una gestione forestale corretta; stabilire una procedura per valutare la conformità a tali criteri dell’operato di un’azienda e rilasciare quindi un certificato di conformità; definire un procedimento che lungo l’intera filiera produttiva, consenta la tracciabilità dei prodotti derivati dalle foreste certificate, affinché il consumatore abbia la certezza che la carta igienica, il tavolo o il ceppo che voleva acquistare, provenga davvero da una foresta correttamente gestita.

Una gestione si definisce corretta secondo il rispetto dei seguenti principi:

l’abbattimento degli alberi avviene a un ritmo che può essere sostenuto indefinitivamente permettendo la normale riproduzione delle piante;

le foreste antiche, particolarmente pregiate, vanno salvaguardate integralmente;

la biodiversità e tutte le funzioni ecologiche dell’ecosistema forestale devono essere conservate a lungo termine;

i bacini idrografici devono essere protetti, mantenendo rive di laghi e fiumi, sufficientemente estese;

la previsione di impianti di smaltimento di rifiuti e sostanze chimiche fuori dell’area forestale è d’obbligo;

il rispetto delle leggi in vigore e il riconoscimento dei diritti delle comunità indigene e degli operai delle aree forestali sono gli ultimi, ma non meno importanti punti da rispettare.

Ci sono ben dodici organismi in tutto il mondo  che per conto di FSC valutano direttamente la conformità e il rispetto di questi principi da parte delle aziende e certificano, a livello internazionale, i risultati trovati. La richiesta del controllo parte dallo stesso proprietario dell’azienda o dal gestore forestale senza avere la certezza dell’esito positivo; d’altra parte sebbene possa sembrare strano, aumenta il numero di aziende che richiedono la certificazione FSC poiché questa richiama un maggior numero di consumatori attratti dalla migliore immagine ottenuta.

Dal 1993 il movimento di certificazione forestale si è sparso a macchia d’olio e ad oggi esistono foreste e filiere certificate in ben 64 paesi: ben 40.403.000 ettari di foresta sono gestiti correttamente secondo i principi FSC. In testa la Svezia con 9.841.954 ettari, seguita da Polonia, Stati Uniti, Canada, Croazia, Lettonia, Brasile, Regno Unito e Russia. I consumatori più sensibili sono nel Regno Unito e subito dopo gli Olandesi.

Acquistare un mobile FSC significa alleggerire di più le proprie tasche, ma il guadagno è in prospettiva. Solo i consumatori possono determinare l’aumento di superfici boschive certificate. Possiamo scegliere forniture con marchio FSC tra ben 10.000 prodotti.

Tu, da che parte stai?

Ippolita Sanso

Amori Fatali

Che la ricerca del compagno giusto per mettere su casa fosse un’impresa, era già noto a tutti, ma che per qualcuno potesse costare addirittura la vita  non è solo la tragica fine di Romeo e Giulietta!

Alcuni maschietti infatti amano a tal punto da donarsi come pasto nuziale alla propria compagna!

È questo il caso della nota Mantide religiosa, nonché peccatrice mortale; la femmina, infatti, dopo essere colta di sorpresa dal maschio, che le salta sul dorso di soppiatto poiché molto più piccolo di lei, potrebbe terminare l’incontro amoroso con un delizioso spuntino cannibale… Alla base di questo comportamento c’è una ragione biologica importante, infatti alla femmina servono molte più energie per produrre le uova, la dimostrazione, inoltre, viene dall’osservazione che le femmine d’allevamento risparmiano la vita al compagno, poiché non patiscono la fame.

Ma la fame d’amore è tipica anche di altre specie, come ad esempio il ragno Argiope aurantia. Se, nel caso della mantide il finale non è detto che sia sempre tinto di rosso, dipende dalla destrezza dell’amante, nel caso del maschio di Argiope aurantia invece il destino è segnato! Sembrerà una tradizione medievale, ma con il suo stesso corpo il ragno maschio, formerà una vera e propria cintura di castità; infatti dopo aver inserito entrambi i palpi, gli organi genitali,  nella femmina, subendo una grave ferita, resterà immobile e morirà nel giro di 15 minuti ancora unito alla compagna. In tutto questo tempo la femmina non potrà liberarsi del compagno, impedendo ad altri spasimanti di farsi avanti e consentendo la fecondazione. Alla fine non le resta che divorare le spoglie dell’amato, possedendone così anima e corpo!!!

Altro che favola d’amore!!!

Ippolita Sanso

In viaggio con Nereide

Se pensavate a Roma esclusivamente come una giungla urbana dovrete ricredervi!

Per fortuna ci sono ancora degli angoli di natura selvatica in cui poter sfuggire dai metri cubi di cemento e asfalto, in cui poter godere del silenzio accarezzati dal vento. Oasi di verde che offrono esperienze che potremmo quasi definire primordiali, come una passeggiata notturna alla scoperta delle lucciole che, come diceva Trilussa, illuminano solo le cose belle, oppure ammirare la luna piena e le altre stelle al riparo dall’inquinamento luminoso. Semplici esperienze che si ripetono da milioni di anni ma che non riusciamo più ad apprezzare divorati dal tran tran quotidiano. Uno di questi angoli alla portata di tutti è il parco di Tor Marancia nel XI Municipio, uno dei pezzi che compongono il puzzle del Parco Regionale dell’Appia Antica.

Circondati da palazzi, la cui avanzata è stata bloccata da una dura lotta ambientalista, questi 200 ettari sono uno degli ultimi lembi del rinomato agro romano che ha ispirato numerosi artisti e che ci mostra, dal vivo, la famosa “Roma sparita”.

A Tor Marancia è possibile ancora incontrare il pastore con il suo gregge al pascolo ma, allo stesso tempo, si può fare un viaggio indietro nel tempo archeologico e visitare i resti degli antichi romani, oppure andare indietro nel tempo geologico e osservare da vicino tufi e pozzolane eruttati dai vulcani laziali, tutto circondato da campi di fieno dominati da rapaci a caccia di prede o, immersi nel pioppeto, con un sottofondo di gracidii e canti di vario tipo.

Ad accompagnarci alla scoperta di questo posto ancora incontaminato ci sono 2 associazioni che collaborano con il parco: l’Associazione Culturale Nereide e Italia Nostra. Abbiamo intervistato il presidente Samanta Lagalante che, in questo breve video, ci racconta i buoni propositi dell’Associazione Culturale Nereide, un gruppo, nato nel 2008, di giovani naturalisti, accompagnatori turistici, biologi ma anche appassionati di viaggi che, attraverso escursioni, visite guidate, attività formative e didattiche si propone di valorizzare e promuovere il territorio a tutto tondo, dal patrimonio storico-naturalistico all’enogastronomia, in modo ecosostenibile ed accessibile a chiunque voglia accostarsi ad un’esperienza di viaggio come un percorso di crescita personale, umana, civile e biocompatibile.

Ippolita Sanso

 

info: Associazione Culturale Nereide

 

L’acqua della salute: puliti dentro e ripuliti fuori!

Non so voi, ma i nasoni, le fontane tipiche di Roma mi hanno sempre affascinato: nelle mie lunghe camminate in centro mi hanno spesso offerto un gradevole ristoro e ho sempre pensato che quell’acqua fosse davvero buona! Eppure noi Italiani sembriamo gradire poco l’acqua pubblica visto che siamo al terzo posto nel mondo per consumo di acqua in bottiglia, primi in Europa con ben 194 litri pro capite nel 2008. Preferiamo l’acqua “minerale naturale” che non è esattamente sinonimo di acqua potabile. L’acqua per dirsi potabile deve rispondere ai criteri espressi nel decreto legislativo n.31 del 2001, il quale prevede i parametri chimici e microbiologici da analizzare ed i relativi valori limite; prevede il numero di controlli su ciascun pozzo da cui si serve l’acquedotto e prevede inoltre un controllo interno, del gestore del servizio idrico stesso ed un controllo esterno da parte delle Asl di competenza. Inoltre le società che si occupano del servizio idrico integrato, ne gestiscono anche altri come lo smaltimento delle acque reflue…e il tutto alla modica cifra (per un metro cubo di acqua cioè mille litri) di un prezzo inferiore alla bottiglietta di mezzo litro del distributore! In un anno gli Italiani spendono almeno 3,2 miliardi di euro per comprare l’acqua minerale in confezioni da sei bottiglie…roba da matti se pensiamo, inoltre, che le società che commerciano le acque minerali e che in Italia sono le prime tra i produttori mondiali, sfruttano una risorsa che è di tutti perché offerta da Madre Natura e per la quale non pagano nulla o quasi. Lo avreste mai immaginato?

In un anno i produttori di acque in bottiglia guadagnano ben 2,3 miliardi di euro! In Italia ci sono 189 società di imbottigliamento, con 321 marchi, ma in realtà solo 5 grandi gruppi detengono il 59,6% delle vendite (San Pellegrino- Nestlé, San Benedetto, Rocchetta-Uliveto, Ferrarelle e Fonti di Vinadio). Levissima, della Nestlé, è il marchio più venduto con un miliardo di litri l’anno. Ma facciamo un attimo un passo indietro, l’acqua minerale naturale è definita dal Decreto Legislativo n.105 del 1992: sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e proprietà favorevoli alla salute”cioè non subiscono dei trattamenti ma vengono imbottigliate così come sgorgano dalle sorgenti per questo hanno delle caratteristiche che spesso le rendono più gradevoli al palato ma, come si faceva un tempo, andrebbero consumate sotto controllo medico, conoscendone bene i valori chimici che spesso superano i limiti di legge imposti per le acque potabili e che potrebbero costituire un serio problema per la propria salute.
Le regioni che prevedono il pagamento di un canone per lo sfruttamento di questa risorsa sono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata e Sicilia, con quote che variano da 0,3 euro per metro cubo(sempre mille litri) in Campania ai 2 euro a metro cubo per il Lazio. In tutte le altre regioni le società pagano un affitto proporzionale alla superficie del permesso di ricerca della sorgente e del successivo sfruttamento. In Toscana, nella maggior parte dei casi, manca anche questo “affitto” nonostante da una sorgente possano sgorgare anche 20,9 litri di acqua al secondo (650 milioni di litri l’anno) e gli euro che noi spendiamo per acquistarla!
Un altro aspetto da considerare è anche l’uso di bottiglie di plastica (Pet): nel 2005 abbiamo prodotto come rifiuto ben 320-350 mila tonnellate di contenitori di Pet e Corepla, il consorzio che si occupa dello smaltimento, ne ha riciclato solo il 34% cioè 124 mila tonnellate. Bisogna inoltre aggiungere che ben l’82% delle bottiglie gira l’Italia su gomma compiendo km e km per giungere nella grande distribuzione e infine sulle nostre tavole!
Ma l’acqua di rubinetto sa di cloro” qualcuno potrebbe obiettare…fatela decantare per mezz’ora in frigo prima di berla; il cloro viene utilizzato proprio per depurare l’acqua e renderla potabile.
Ma l’acqua Tascasnella non contiene calorie”…ve l’ha mai detto nessuno che l’acqua non è MAI stata calorica? Potete bere in tranquillità perché non ingrasserete, semmai farete tanta “plin plin” e soprattutto aiuterete di più il nostro pianeta e il vostro bilancio di fine mese!
Fonte: Luca Martinelli, “Imbrocchiamola! Dalle minerali al rubinetto, piccola guida al consumo critico dell’acqua”, Altreconomia Edizioni.

Capperi!

“Ci chiamano erbacce. Non ci arrocchiamo stupidamente a difesa del nostro territorio temendo lo straniero. Siamo cittadine del mondo; molte di noi sono cosmopolite apolidi. Ci piace infatti viaggiare, conoscere nuovi luoghi, esplorare nuovi orizzonti; veniamo dall’America, dall’Asia, dall’Europa, dall’Africa, dall’Australia. Ci incontriamo, stiamo insieme, non abbiamo pregiudizi. Non siamo consumiste, ci accontentiamo di poco, non amiamo il superfluo. Una crepa su un manufatto, poca acqua, a volte solo della rugiada, poca terra povera che altre specie disdegnano. Siamo individui di mal affare “piante da marciapiede”. Non siamo disciplinate, non stiamo in file o in gruppi ordinati; dicono che portiamo disordine e degrado su strade e marciapiedi invasi da rifiuti, cartacce, escrementi. Ma il degrado siamo noi o sono l’asfalto ed il cemento? Viviamo alla giornata. Fiere della nostra libertà non siamo disposte a sottometterci ad essere accudite, rischiando la vita quotidianamente. Siamo brutte, dicono. Molte di noi in realtà fanno bella mostra di sé in parchi e giardini, ma guai a sfuggire dagli spazi assegnati. E le altre? La bellezza va ricercata, non è l’apparire ostentato e volgare. Dicono che siamo dannose, da eradicare, perché impediamo ad altre specie di crescere e sopravvivere. Forse a volte è vero, è la lotta per la sopravvivenza, ma a ben vedere se si dovessero eradicare le specie dannose sulla terra non ci sarebbero più uomini. A volte produciamo pollini che preoccupano molto e che invadono l’aria satura di gas, micropolveri e veleni. Siamo inutili, dicono, ma forniamo a volte cibo e a volte principi medicinali, a volte fibre tessili, a volte sostanze aromatiche, a volte cibo e rifugio per animali e contribuiamo a depurare l’aria.
Siamo erbacce”.

Questo stupendo brano tratto da “Giungla sull’asfalto. La Flora spontanea delle nostre città” di Daniele Fazio ci introduce nel mondo delle piante selvatiche che, sebbene malviste e continuamente combattute, colorano marciapiedi, strade, antiche mura e tutti i posti più insoliti di una città. Eppure offrono tesori e proprio per questo mi è venuta in mente la Capparis spinosa per meglio dire la pianta del cappero. La mia ispirazione nasce dall’osservazione e se qualche mese fa la strada che mi porta al lavoro mi regalava stupende nuvole rosa dell’Albero di Giuda, ora poco più in là, sulle mura Aureliane di Roma, cascate verdi piene di fiori si offrono al mio sguardo stupito…stupito perché fino a qualche tempo fa c’erano delle piante rinsecchite dal passaggio dell’inverno. Ora invece sono tornate al loro normale splendore, traendo vigore da pochissima terra sedimentata nei minuscoli spazi dell’opus latericium.

Il cappero, quello che usiamo in cucina non è altro che una diffusissima pianta rupestre. Il “rupestre” da subito suggerisce l’indole della specie, direi un tipo abbastanza semplice, frugale, ma di una bellezza mozzafiato con la quale ricambia l’ospitalità dei luoghi aspri in cui vive.
Di origine euroasiatica ormai il cappero si è naturalizzato in tutto il mediterraneo, grazie agli Arabi che lo diffusero intorno al XVI secolo. Il nome ha diverse etimologie, dal greco “kapparos” forse derivante da “Kypros” ovvero Cipro, l’isola dove cresce rigoglioso o, sempre dal greco, “kapros” cioè capra, che va ghiotta di capperi, ma potrebbe derivare anche dall’arabo “al-qabar” che ugualmente significa capra.
Presenta numerosi e lunghi rami pendenti, ha robuste radici che l’ancorano con forza sulle rupi e grandi fiori bianchi, solitari, con 4 sepali verdi e 4 petali in croce, con numerosi e lunghissimi stami con antere violette sulla sommità che danno quel particolare colore al fiore nel suo insieme. Il cappero che mangiamo non è altro che il bocciolo portato su un lungo pedicello che, se raccolto tempestivamente, appassito un giorno all’ombra e conservato sotto sale o sott’aceto, darà quel tocco di sapore ad un bel piatto di “spaghetti alla puttanesca” e perdonate il francesismo ma è una delle mie ricette preferite: spaghetti conditi con un sugo di pomodoro, aglio, olive nere di Gaeta, prezzemolo e capperi…nella variante napoletana ovviamente, cioè senza le povere alici!

Ma non finisce qui perché il Cappero ha anche virtù toniche e aperitive (lassative); è diuretico e astringente, caratteristica comune anche alle radici. Si può preparare anche il vino di cappero, che avrebbe proprietà antiuriche, stimolanti e digestive, come? È sufficiente mettere a macerare 60 g di scorza della radice in due litri di vino rosso. Se poi volete giocare al piccolo chimico potete preparare un infuso acquoso o alcolico con i fusti della pianta e così verrà rivelata la presenza di acidi, dal colore rosso e delle basi, dal colore verde della vostra pozione magica.
Avete capillari che si dilatano facilmente colorando di rosso il vostro viso? Provate ad applicare sulle vostre guance, senza però abusarne, la polpa fresca dei boccioli.
Insomma una pianta dalle mille virtù oltre l’evidente bellezza che in Sicilia, la patria italiana per eccellenza del cappero, ha ispirato l’espressione “Spararisi a chiappara” indicando, in dialetto catanese, qualcuno che fa sfoggio di eleganza al pari dei fiori di Capparis spinosa.

Ora che vi ho rivelato l’identità di quei manti erbosi sulle mura delle nostre città, non vi trasformate in capre golose in preda alla voglia di raccogliere quanti più boccioli possibili e sperimentare il mitico sughetto, semmai, in estate, prelevate un rametto legnoso e fate una talea, i risultati non tarderanno ad arrivare e nel frattempo sbocceranno altri fiori!
Capperi!!!

Ippolita Sanso

 

Brutto ma Buono

L’Equiseto, chi è (era) costui? Molti lo incontrano tutti i giorni, ma non sanno di imbattersi in una pianta dalle mille virtù. L’equiseto ha un aspetto insolito, anzi sarebbe meglio dire che presenta due aspetti…una sorta di Giano Bifronte dei campi, ma ciò non vuol dire che l’intenzione è quella di trarre in inganno. Per spiegare il dualismo dell’Equiseto bisogna fare qualche passo indietro nel tempo… in verità più di uno e arrivare fino al Carbonifero, circa 350 milioni di anni fa, quando cominciarono ad affermarsi le piante arboree sulla terraferma, tra cui le nostre equisetali, piante che, però, ancora affidavano alle spore la diffusione della loro progenie e che, come una coppia modello, dividevano i compiti tra fusti fertili e fusti sterili, senza ausilio di fiori o semi. Il nostro equiseto, in particolare l’Equisetum arvense, noto anche come “coda cavallina” somiglia per l’appunto alla coda di un cavallo, non a caso il nome del genere deriva dal latino e significa “crine”; il fusto sterile infatti ha fitte ramificazioni con foglie di dimensioni molto, molto ridotte che formano una guaina intorno al caule (era per non ripetere fusto e cominciare ad usare qualche termine strettamente botanico), mentre quelle che somigliano a delle foglie aghiformi sono, in realtà, verticilli di rametti; il fusto fertile invece è davvero brutto, si tratta di una spiga allungata alla cui estremità si concentra il reparto neonatale delle spore. Entrambi i tipi di rami si dipartono da un rizoma sotterraneo, ma in periodi diversi, il fertile cresce in primavera, mentre l’altro è estivo. L’equiseto è, dalle nostre parti, una specie erbacea, ma ci sono specie tropicali che raggiungono i 10 metri di altezza.

Che sia brutto è abbastanza chiaro, ma come mai buono? L’uomo da subito ha cominciato a usarli in cucina, in medicina e in agricoltura. La cucina è solo per veri intenditori, poiché essendo ricco di silice (componente diffuso nelle rocce), le piantine risultano alquanto coriacee, non a caso uno dei primi usi fu, una volta secchi, come paglietta per pulire i tegami… ma attenti, sulle moderne padelle in teflon lascerebbe danni irreversibili.

In passato era un alimento prezioso, oggi potremmo proporlo così:

raccogliete i fusti fertili in primavera, preferendo i più succosi, privateli delle guaine e della porzione apicale, lessateli e lasciateli scolare per almeno un’ora. Nel frattempo preparate una pastella come per i fiori di zucca e, scolati ed asciugati, friggeteli.

Vale la pena di provare, soprattutto visto il loro offrirsi gratuito in tutte le campagne d’Italia.

L’equiseto è una delle piante più usate nella medicina popolare, già i Sumeri, almeno 5000 anni fa, utilizzavano probabilmente la pianta per curare edemi e ferite da guerra. Al giorno d’oggi è noto soprattutto come potente diuretico e mineralizzante; insieme a pilosella e betulla, altre due piante interessanti, permette l’eliminazione dei liquidi corporei in eccesso. Ricco di calcio e silicio è ottimo per combattere l’osteoporosi.

Come possiamo usarlo: possiamo preparare un decotto dei fusti oppure utilizzarlo in tintura madre, ma sempre sotto controllo medico.

In agricoltura è usato come fungicida e per arginare lo sviluppo di afidi, cocciniglia e ragnetto rosso, costituendo un’alternativa, molto più rispettosa dell’ambiente, ai soliti antiparassitari. Basta preparare un macerato utilizzando l’intera pianta di equiseto.

Ecco passo per passo come preparare in casa questo fantastico rimedio naturale che, non solo proteggerà le vostre piante da eventuali parassiti, ma le aiuterà a rinvigorire le porzioni verdi:

raccogliete l’intera pianta, senza sradicare il rizoma sotterraneo, altrimenti quando avremo bisogno di un’altra piantina, non troveremo altro che le tracce del nostro traumatico passaggio; lasciatela seccare all’ombra. Dopo l’essicazione le piante possono anche essere conservate in sacchetti areati, oppure si procede con la preparazione del macerato, che verrà mantenuto in una tanica da 40 litri ed utilizzato l’intero anno, salvo che nel periodo invernale. In primavera-estate serve per prevenire l’attacco dei parassiti, ma prima di nebulizzarlo sulle foglie, va diluito maggiormente con dell’acqua.

La ricetta prevede: 1kg di equiseto fresco, preferendo le piante giovani ed i germogli. Immergere le piante secche, intere o spezzettate, in un recipiente con 10 litri di acqua e coprire con un coperchio. Mescolate di tanto in tanto, dopo 7 giorni (meno se il periodo è caratterizzato da elevate temperature) sarà avvenuta la macerazione e l’inizio della fermentazione. A vista le foglie risultano sciolte ed il colore dovrebbe essere ancora verde.

Si filtra, si diluisce con altra acqua in proporzione pari a 1 litro di macerato ogni 40 litri di acqua e si dinamizza, ovvero, si gira per una decina di minuti circa. Successivamente è pronto per innaffiare i piedi delle vostre piante o, diluendolo ulteriormente, per essere nebulizzato sulle parti verdi.

L’equiseto, una pianta alla quale non avreste dato due soldi, della quale molto probabilmente ne ignoravate l’esistenza eppure, anche in questo caso, un’erbaccia di inestimabile valore, che ci ha visti comparire e crescere su questo pianeta e che zitta zitta se ne sta lì, sulle sponde umide di rivoli ed acquitrini.

L’equiseto una piantina dal cuore nobile.

Ippolita Sanso

C’era una volta l’Europa

Vi piacerebbe fare un tuffo nel passato, quando la Natura dominava indisturbata e il passaggio dell’uomo lasciava tracce ancora reversibili? Vorreste conoscere un luogo incontaminato, puro… primario? Per nostra grande fortuna ancora esiste un lembo d’Europa in cui la natura è come dovrebbe essere; si tratta della Foresta Białowieża, l’ultimo relitto rimasto di antica foresta primaria temperata europea. Qui frassini, tigli, querce raggiungono i 40 metri di altezza, hanno fusti avvolti “in sudari di mezzo millennio di muschio”, cortecce con solchi tanto profondi da ospitare le riserve alimentari dei picchi.

Per milioni di anni, a Białowieża, la vita ha seguito il suo ciclo naturale; la foresta ha pian piano raggiunto il suo climax, la maturità, arricchendosi di specie, di habitat, di biodiversità. L’Unesco l’ha proclamata patrimonio dell’umanità, ma la protezione non è mai abbastanza: l’avanzamento dell’uomo è un rischio inarrestabile, soprattutto dove la povertà si traduce in lotta per la sopravvivenza. A cavallo tra Polonia e Bielorussia 10.000 ettari di verde ospitano un’importante riserva di biodiversità; in nessun’altra parte del continente ci sono più forme di vita, conosciute e ancora da scoprire. Lo stupore aumenta se si pensa che per ogni ettaro ci sono circa 40 metri cubi di resti vegetali in vari stadi di decomposizione, una natura morta che dà vita a migliaia di specie di funghi, licheni, coleotteri, larve, microbi, specie assenti dai normali boschi controllati dall’uomo e che rappresentano solo le prime maglie di una rete di relazioni animali: donnole, volpi, linci, procioni, martore, lontre, lupi, caprioli, alci e aquile sono alcuni protagonisti di quella che ormai sembra una fiaba ambientata in un luogo fantastico.

La Foresta Białowieża si estendeva a est fino alla Siberia e a ovest fino all’Irlanda. Nel XIV secolo un duca lituano Władysław Jagiełło, dopo l’alleanza fra il suo granducato e il Regno di Polonia, dichiarò la foresta riserva di caccia reale. Per secoli si tramandò questo privilegio passando anche per mano degli zar, quando l’unione polacco-lituana venne conquistata dalla Russia.  Durante la Prima guerra mondiale la foresta subì le prime perdite, poiché i tedeschi massacrarono la selvaggina e abbatterono i silenziosi giganti per il legname. Finalmente, nel 1921, un piccolo nucleo originario di foresta, sopravvissuto alle violenze indiscriminate, fu dichiarato Parco nazionale polacco. Sotto i sovietici ci fu nuovamente saccheggio di legname, ma con l’invasione nazista, l’intera riserva divenne esclusiva per il piacere personale di un potente tedesco. Dopo la Seconda guerra mondiale, pare che, ubriaco, Josif Stalin lasciò alla Polonia i due quinti della foresta e poco cambiò negli anni successivi. La Białowieża non è ancora fuori pericolo: oggi i ministri della silvicoltura di Polonia democratica e Lituania indipendente gridano entrambi al “risanamento” della foresta, un eufemismo che cela il  taglio indiscriminato degli alberi. La povertà di questi popoli e la convinzione umana che la natura vada gestita per il bene stesso dei boschi sono due armi puntate sulla foresta. Questo stupendo angolo di pace, inoltre, è diviso in due dal confine di ferro eretto nel 1980 dai sovietici per bloccare chi tentava di unirsi al movimento di Solidarnošč in Polonia. Alcuni animali riescono a superare l’ostacolo, saltando o scavando il terreno; altri, invece, come i pochi esemplari di bisonte europeo rimasti, non riescono a riunirsi e a ricreare il nucleo originario, rischiando così di arrivare all’estinzione. Białowieża ospita, infatti, circa seicento Bison bonasus, un piccolo numero che gravato dalla separazione forzata del confine, avrà sempre meno la giusta variabilità genetica per sopravvivere alla selezione naturale. Sono necessari almeno cinquecento anni affinché la foresta possa riprendere i suoi spazi e tornare all’aspetto originario, cinquecento anni senza il più temibile degli animali, l’uomo.

Ippolita Sanso

SOS SELVATICI

D’estate, in campagna soprattutto, ma anche in città, potrebbe capitare d’incontrare un animale selvatico ferito o  apparentemente in difficoltà e la domanda nasce spontanea:  adesso che si fa? Il primo istinto è quello di intervenire come crocerossini della natura, ma non sempre questo comportamento è il più corretto, infatti bisogna valutare attentamente la situazione e contattare un Centro di recupero di animali selvatici i cui esperti sapranno dirci se e come operare. Non sempre trovare un cucciolo di mammifero o un uccellino incapace di volare implica che stia male o che sia stato abbandonato dai genitori, questa visione è dettata dalla nostra tendenza ad umanizzare tutti gli esseri viventi, ma bisogna tenere sempre presente che meno si interviene in natura meglio è e che gli animali seguono istinti diversi dai nostri, che possono apparire anche violenti, ma dietro c’è una serie di leggi naturali per mantenere gli equilibri all’interno degli ecosistemi che, sembra brutto a dirlo, serve a preservare la specie… e spesso l’individuo soccombe!

Ammetto d’aver seguito per prima l’istinto animalista ad intervenire a tutti i costi, ma poi le conseguenze mi hanno fatto riflettere e, dunque, ho cominciato ad adottare un nuovo comportamento. Vorrei sottolineare che stiamo parlando di animali selvatici e non dei domestici, evolutisi parallelamente all’uomo e ormai strettamente dipendenti l’uno dall’altro.

In molti casi gli animali rinvenuti non sono stati affatto abbandonati dai genitori che, invece, si aggirano nei dintorni e, proprio la nostra presenza, ne impedisce il riavvicinamento. Una volta certi che gli animali non siano feriti, bisogna allontanarsi e osservare ad una certa distanza l’evolversi della situazione che, generalmente, si conclude con il ricongiungimento familiare.

Se i piccoli, invece, presentano ferite o sintomi di malessere, ovvero faticano a muoversi, dimostrano apparente sonnolenza, occhi appiccicosi, ecc allora il nostro intervento deve essere tempestivo. Anche un animale adulto, che non fugge vedendoci sopraggiungere, fornisce la prova di un’evidente difficoltà.

Il primo intervento prevede la sistemazione adeguata dell’animale evitando che possa essere predato o di incappare in altre situazioni di pericolo. Se le ferite sono di lieve entità possiamo limitarci a rifocillarlo, pulire e disinfettare le escoriazioni e tenerlo in un ambiente tranquillo per pochi giorni, consentendogli di tornare subito alla sua vita selvatica, sempre dopo aver consultato un veterinario o un Centro di recupero di fauna selvatica.

 

Vediamo qualche caso specifico:

  • Cuccioli di lepre: apparentemente soli e abbandonati, spesso i leprotti si trovano solitari nei prati, nella zona dove sono stati partoriti; le lepri, infatti, non costruiscono tane, ma allevano i piccoli in superficie, allattano soprattutto di notte ed è facile che le madri tornino al calar del sole. Per sicurezza torniamo sul posto il giorno seguente e raccogliamo il piccolo solo se appare denutrito ed in evidente difficoltà. A questo punto non bisogna assolutamente svezzarlo a mano e tenerlo a lungo in ambiente domestico perché, così facendo, si inibisce nel leprotto l’istintivo senso del pericolo per cui, una volta liberati, rischierebbero di non sopravvivere a lungo. Nell’attesa di consegnarli in mani esperte, dovendo alimentarli per un periodo brevissimo, bisogna usare una siringa sterile, privata dell’ago, o un biberon per neonati, riempiti con latte vaccino o di capra o di pecora, tiepido e diluito con dell’acqua.
  • Piccoli di riccio: molto facili da trovare sono i giovani non ancora svezzati, riconoscibili dagli aculei morbidi, poiché i ricci frequentano spesso orti e giardini, dove imparano a non temere (ahimè!) l’uomo e l’adulto può allontanarsi in cerca di cibo, lasciando momentaneamente i piccoli in rifugi non troppo nascosti. Anche in questo caso osserviamo per diverse ore i dintorni per intercettare l’eventuale presenza del genitore e, solo  quando vi è la certezza che non siano nei paraggi, possiamo prestare il primo soccorso ai giovani ricci. Se i piccoli sono addirittura neonati, allora vanno sistemati in una scatola, con una borsa d’acqua calda tiepida, avvolta con carta da cucina. I piccoli sono molto delicati ed è difficile svezzarli per cui è sempre meglio affidarli a persone competenti.  Se, anche su suggerimento degli esperti, si rende necessario nutrirli, ricordate che non bisogna somministrare latte vaccino poiché non sono in grado di digerirlo. Con una siringa senza ago o un biberon cercate di nutrirli con latte di capra in una quantità pari ad un quarto del loro peso corporeo, distribuito in 6-8 pasti nell’arco delle 24 ore. Dopo la poppata, come per i piccoli di cane e gatto, bisogna massaggiare il ventre e i genitali del neonato con un batuffolo di ovatta bagnato in acqua tiepida, per favorire la digestione e i bisognini, come farebbe la mamma in natura, leccandoli insistentemente.
  • Pipistrelli: spesso vengono risvegliati traumaticamente dal letargo dai nostri amici gatti… cosa fare? Non abbiate paura di maneggiarli, usate semmai un paio di  guanti, anche se i pipistrelli italiani non trasmettono malattie con il morso; non temete per le vostre parrucche, i pipistrelli sembrano poco pelosi, ma non per questo invidiano la vostra capigliatura al punto tale da non volerla mollare più, ma poneteli prima di tutto al riparo e a riposo in una scatola di scarpe con qualche straccio, dopo aver praticato dei fori per l’aria. Nel caso in cui l’animale sia debilitato ha bisogno di essere alimentato prima della liberazione, come? Qui viene il bello perché bisogna sacrificare tarme della farina o camole del miele e qui potremmo stare a parlare a lungo sull’etica o sul valore di una vita rispetto ad un’altra… personalmente ho accudito un pipistrello, anzi era una lei, per alcuni giorni, ho provato con un pappa a base di uovo e banana suggeritami dagli esperti, ma non ne voleva sapere di aprire la bocca… poi è intervenuto qualcuno al mio posto, che le ha somministrato le povere camole (e vi risparmio come andrebbe fatto) e, mi verrebbe da dire la furbastra, ha cominciato a mangiare di gusto… anche in questo caso, credo sia preferibile lasciare agli esperti l’intervento, piuttosto faticoso moralmente se si pensa alla camola, parola di animalista!

Se il pipistrello ha la membrana alare bucata non facciamoci prendere dal panico perché è un male curabile. Consegnatelo al Centro di recupero più vicino. Nel caso di piccoli non ancora svezzati e solo nel caso in cui vadano urgentemente nutriti, si può farlo con una siringa senz’ago riempita con qualche goccia di latte di capra (no latte vaccino) o con latte in polvere per cuccioli di cane.

  • Uccelli: quando ne troviamo qualcuno ferito solo un veterinario, dopo visita accurata e una radiografia, potrà stabilire la gravità e l’eventuale cura da seguire. È importante cederlo a mani esperte perché un’errata manipolazione potrebbe peggiorare la situazione. Il riparo più consono all’eventuale trasporto resta sempre una scatola chiusa, poco più grande dell’animale stesso, con i fori per l’aria e della carta da cucina che rivesta l’interno. Se notiamo dei nidiacei a terra, constatato che i genitori non siano a sorvegliarli dall’alto, si interviene soprattutto per sottrarli ai predatori (anche se la selezione naturale funziona così) e per nutrirli. Se il nidiaceo ha un discreto piumaggio ed è piuttosto vivace allora non è abbandonato, ma i genitori lo svezzano a terra, come nel caso dei merli, diversamente, se si tratta di un rondone  o di una rondine che, caduti dal nido, non vengono soccorsi dai genitori. Nel primo caso, dunque, basta spostarli in un riparo più sicuro non troppo lontano, altrimenti verranno persi di vista dagli adulti.  Accudire un nidiaceo è impegnativo; gli implumi con gli occhietti ancora chiusi, vanno sfamati ogni mezz’ora, con un pastone facilmente reperibile nei negozi di animali, diluito con acqua alla temperatura di 35-38 °C e somministrato con una siringa senza ago, inserendo la punta, delicatamente ed in profondità, nel becco del piccolo, premendo lo stantuffo fino a riempire il gozzo dell’uccellino. Con il pastone imbevuto di acqua non è necessario dare da bere ulteriormente al piccolo, il pastone va inoltre preparato di volta in volta, poiché gli avanzi inumiditi, fermentando, potrebbero causare problemi intestinali agli uccellini. Man mano che il piccolo cresce si allungano i tempi di alimentazione fino a due o tre ore di intervallo tra i pasti.

Per approfondire ulteriormente il discorso e trovare soprattutto i numeri utili dei Centri di Recupero della fauna selvatica potete sbirciare qui:

http://www.lipu.it/oasi/animaliferiti.htm

http://www.recuperoselvatici.it/primosoccorso.htm

“Vita in campagna”  n° 6/2011, supplemento a cura di M. Bonora, da cui ho tratto molte informazioni

…ma il mio consiglio spassionato, dettato dalla mia modesta esperienza, è imparare ad intervenire direttamente, prestando la vostra opera di volontariato negli stessi centri di recupero e godere in prima persona nel vedere piccoli spalancare il becco e sbattere le ali quando l’imboccate o accarezzare un giovane riccio o ancora conoscere da vicino nuovi animali… dopo, ovviamente, la gavetta di pulitori di gabbie di piccioni!

 Ippolita Sanso

Le verità nascoste

Le isole Hawaii: sabbia bianca e fina, palme che si  protendono verso il mare, acqua cristallina, delfini in lontananza che cavalcano le onde… Un vero paradiso.

Peccato che a breve distanza ci sia l’inferno. Un’altra isola, grande quasi come il Texas, ma poco nota ai più: è la grande chiazza di immondizia del Pacifico.  In questa particolare area c’è un sistema lento di correnti oceaniche, detto “Vortice subtropicale del Nord del Pacifico”, che piano piano, a partire dagli anni ’50, ha trasportato la nostra immondizia, formando un vortice di spazzatura sempre più grande ed in costante crescita.

Se l’inizio della vita sulla Terra fu il “brodo primordiale” la fine potrebbe essere il “minestrone” galleggiante di plastica: secondo alcune stime,  potrebbero esserci, ben 100 milioni di tonnellate di rifiuti. Non bisogna pensare ad un mare di bidoni e bottiglie, ma ad  una zuppa di particelle dell’ordine del millimetro, che non solo galleggiano, ma che occupano uno spessore di 30 metri. Il Vortice di spazzatura fu scoperto nel 1997 da Charles Moore, un oceanografo le cui osservazioni si sommarono a quelle del biologo marino Richard Thompson. Thompson campionò sabbie provenienti da varie località, sabbie accomunate dall’essere composte per un buon 20% di plastica: ogni manciata ne conteneva almeno trenta granuli. Insieme al suo gruppo di studio, il biologo marino scoprì che non solo la quantità di plastica aumentava, ma le dimensioni dei rifiuti si facevano sempre più piccole, pericolosamente piccole!

Il Vortice di Plastica del Pacifico è alimentato per il 20% dagli scarti delle navi, ma il resto, l’80%, proviene direttamente dalla terra ferma. I rifiuti vengono sminuzzati dal moto ondoso e finiscono direttamente nella pancia degli animali marini: non solo tartarughe, ma anche zooplancton e così nell’intera rete alimentare. Il 95% delle carcasse animali trovate da Thompson aveva, in media, nello stomaco, quarantaquattro pezzi di plastica, vale a dire due o tre kili di rifiuti a persona.

In mare sono stati identificati nove tipi di plastica, tra cui: varietà di acrilico, nylon, poliestere, polietilene, polipropilene e polivinilcloruro.  Spesso la plastica la mandiamo direttamente in mare giù dal tubo del nostro bagno, infatti i prodotti esfolianti tanto alla moda, spesso non contengono ingredienti naturali, ma vere e proprie microsfere di polietilene, che, dopo aver levigato il nostro viso angelico, esfoliano anche lo stomaco delle foche.

Charles Moore navigò per un’intera settimana attraverso questa sorta di nuovo continente marino di tappi, tazzine, lenze, palloncini sgonfi, brandelli di pellicola trasparente, notando, nei corpi trasparenti delle meduse, pezzi di resina intrappolati, granuli millimetrici detti “nurdles” che sono alla base di tutti i prodotti di plastica di cui, ogni anno, vengono fabbricati circa cento miliardi di kili.

La plastica, come ogni idrocarburo, può biodegradarsi, ma molto lentamente, mentre si fotodegrada in un lasso di tempo significativo. In acqua la fotodegradazione impiega troppo tempo, non ci sono le temperature adatte, la giusta irradiazione. Le discariche non sono piene di plastica, come verrebbe da pensare, ma secondo gli studi dell’archeologo William Rathje, abbondano di carta e macerie. La plastica infatti finisce soprattutto in mare, a formare non solo il Vortice del Pacifico, ma altre sei isole sparse tra mari e oceani. Il Mediterraneo non è escluso. Nella parte occidentale, infatti, galleggiano 500 tonnellate di plastica, come è emerso dagli studi dell’Arpa toscana, a due passi da noi. Purtroppo nessuno sa dire esattamente cosa accadrà e in quali tempi.

Scrive  Alan Weisman autore de “Il mondo senza di noi”:

Cosa significava tutto questo per l’oceano, per l’ecosistema, per il futuro? Tutta quella plastica era apparsa in poco più di cinquant’anni. I costituenti e gli additivi chimici si sarebbero concentrati man mano che risalivano la catena alimentare, alterando l’evoluzione? O la plastica sarebbe durata abbastanza da fossilizzarsi? Forse fra milioni di anni i geologi avrebbero trovato membra di Barbie incastonate in conglomerati nei depositi sul fondo del mare? E sarebbero rimaste abbastanza intatte da poter essere riattaccate insieme come le ossa di un dinosauro? O si sarebbero decomposte prima, e per milioni di anni quello sconfinato cimitero di plastica sottomarina avrebbe trasudato idrocarburi, lasciando nella roccia le impronte fossilizzate di Barbie e Ken?”.

Ippolita Sanso

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