Camera, indagare sul rapporto tra videogiochi e violenza

L’uso dei videogiochi per i minori
A ottobre scorso alla Camera è stato discusso il tema che riguarda la violenza che è presente nei video giochi.
L’occasione è stata il convegno intitolato “A proposito di videogiochi: riflessioni, proposte e osservazioni sul mondo dei videogame in Italia”.
Durante questo incontro erano presenti sia i vari rappresentati politici e della cultura che quelli del mondo di video giochi, per scambiare idee e dare un input positivo proprio riguardo alla regolamentazione di questo settore.
E’ un argomento che tocca il settore educativo in quanto i videogiochi sono visti come un’attività ludica che comunque riesce a influenzare il modo di vedere la realtà. Più precisamente i bambini e i minori di 18 anni che sono esposti per molte ore a scene di violenza e comportamenti devianti, potrebbero tendere ad alzare la soglia di tolleranza rispetto agli stessi episodi che si verificano nella vita reale.
E’ stato calcolato che gli utilizzatori di videogiochi nel nostro Paese sono circa 29 milioni, ed è chiaro che molti di questi sono anche al di sotto dei 18 anni o comunque dei minori.
E’ importante puntare quindi sulla tutela e sull’educazione dei minori per evitare che possano essere “bombardati” da scene ripetute troppo cruente.
I genitori, le istituzioni e anche i legislatori sono preoccupati al punto che è stato avanzata l’ipotesi di ricorrere alla censura nei casi estremi, cosa che in alcuni casi è già avvenuta.
Sono stati infatti citati video giochi tra i più famosi come “Assassin’s Creed” ma anche Mortal Combat, Doom, Call of Duty, che riguardano il genere “sparatutto” o “picchiaduro”, ma anche “survival horror”. I generi per quanto differenziati hanno comunque in comune il principio della violenza (omicidi, uso di droghe, di armi, alta velocità, atti di delinquenza, ecc).

Il parere dell’Aesvi
L Aesvi, che è l’associazione rappresentativa di chi produce e sviluppa i videogiochi, dal canto suo sostiene che non si dovrebbe puntare al divieto assoluto bensì alla conoscenza, per capire quale sia quello più adatto all’età. C’è comunque necessità di un controllo. L’associazione si riferisce a una “dieta” per l’uso responsabile dei videogiochi: un chiaro riferimento all’educazione preventiva.

Il sistema di Classificazione PEGI
Il sistema di classificazione PEGI è entrato in vigore nel Paese nel 2000 e si riferisce a una sigla che è presente su ogni confezione di videogiochi e che aiuta i genitori a capire se sono adatti o meno in base all’età.
La sigla per esempio di un videogioco che non è adatto ai minori di 16 anni è “PEGI 16+”.
Anche gli stessi videogiochi sono accessoriati con il “parental control” per cui i genitori possono in qualche modo tutelare il gioco interattivo dei propri figli, specie se in età particolari come l’adolescenza.
Esistono anche i videogiochi creati per bambini di età superiore ai 3 anni (PEGI 3+).

Una possibile legislazione
Quello che emerso con forza dal convegno nel quale si è discusso della connessione tra violenza e videogiochi, è che sarebbe auspicabile trasformare il sistema di classificazione PEGI in una legge a cui poter fare riferimento in tutti quei casi che si rendono necessari.
La PEGI e il parental control infatti non sono sufficienti di fronte a videogiochi di altissima qualità stilistica, tanto che sono utilizzati anche dagli adulti per la capacità di trasportare il giocatore in una realtà virtuale fino troppo vicina a quella reale.
Lo ha ribadito anche il capogruppo dell’Italia Centro Democratico, Milena Santerini, sottolineando che i pediatri e gli psicologi infantili segnalano dei disturbi nei bambini e nei ragazzi che stanno troppe ore davanti allo schermo di un videogioco.
Lamentano infatti disturbi dell’attenzione, del sonno, e il loro rendimento scolastico è in media più basso. Possono anche essere più esposti alla dipendenza da sostanze stupefacenti (senza dimenticare quella ormai diagnosticata come patologia dai videogiochi stessi).
E’ importante insomma combattere l’assuefazione e il pericolo che cali la sensibilità verso fatti gravi di violenza o devianza, che potrebbero apparire ai loro occhi quasi come “normali”.
Non si può tuttavia parlare di un rapporto inscindibile tra la violenza sociale e l’uso dai video giochi, ha sempre riferito la Santerini, ma suggerisce come sia non più rimandabile alzare i livelli di attenzione.

2015-11-04T09:45:29+00:00

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